Longines Ferrari, un binomio vincente

Il nome della Ferrari ha avuto molti trascorsi in campo orologiero, passando da collaborazioni sempre prestigiose che hanno fatto la fortuna di alcuni previdenti collezionisti.

Tra tutte vanno ricordate le collezioni distribuite da Cartier attraverso LMC e i fantastici modelli “fuori-serie” istruiti da Girard Perregaux.

L’abbinamento con Longines è stato però un caso particolare di opportunità.

Nel corso dei primi anni ’80, proprio nel periodo di maggiore sofferenza dell’industria svizzera dell’orologio, sottoposta ad un attacco tremendo per l’offensiva del quarzo giapponese, Longines produsse infatti questa fortunata collezione, ancora oggi ricordata con piacere e ambita dai collezionisti.

Fu un’operazione commerciale e di immagine favolosa, che diede di fatto inizio all’epoca d’oro del “lusso accessibile”.

I Longines Ferrari, infatti, pur non essendo a prezzo realmente popolare, si collocarono in una fascia che riusciva ad allettare gli appassionati dei marchi iconici.

Il movimento che li equipaggiava era un ETA a quarzo, al quale venne attribuito un codice univoco Longines.

L’orologio che poniamo oggi sotto i nostri riflettori è proprio un esemplare di questa serie, e precisamente la versione donna, bicolore (acciaio e lamina), con fondo “miele”. Forse la interpretazione più ambita in quel periodo perché rispecchiava la vocazione di eleganza di cui allora godeva Longines, al nome e alla linea mitica evoca cavallino.

Nulla di “rosso” fu utilizzato in questa accezione, a conferma di un messaggio di indipendenza stilistica che intrigò ancora di più gli appassionati.

Il modello che vediamo rappresentato in foto il calibro afferma di chiamarsi L 111.2. In realtà si tratta di ETA 956.112, movimento di punta del grande gruppo elvetico, creato nelle fabbriche di Marin e Grenchen.

La forma della cassa fu studiata in una linea sportiva, consistente in un a forma video molto squadrata. Una via di mezzo tra la comunicazione di alta tecnologia, che fosse però subordinata allo stile.

I quadranti furono sostanzialmente 4: Bianco, Nero o Dorato per la linea maschile, a cui si aggiunse questo indovinatissimo miele per alcuni tra i modelli dedicati alle signore. Le ore potevano essere romane o a index. La data normalmente ad ore “6” ma nelle declinazioni più ambite a ore “3”.

Ancora oggi, a circa 40 anni dall’esordio della serie, non sono pochi i collezionisti che cercano uno di questi esemplari, e trovarne uno in ottimo stato è certamente una soddisfazione per gli amanti del genere.

(Nell’immagine una versione di Longines Ferrari per signora restaurata e perfettamente funzionante, declinata con data a ore “3” e index).

Si è fatto un lungo parlare della edizione di quest’anno della Fiera di Basilea, soprattutto per l’annunciata defezione del colosso Swatch Group.

In realtà se si restringe il giudizio alla pura analisi della valenza tecnica dell’esposizione, la manifestazione ha esposto numerosissimi motivi di interesse e inalterata suggestione.

Sicuramente importante, nella fattispecie, il dinamismo dimostrato da una della maison più attese: Rolex.

La casa coronata non ha certo tradito le attese e si è fatta ammirare con novità spesso inaspettate.

Il “Batman” si trasforma

Il GMT-Master II dalla ghiera bicolore blu e nera si presenta con una livrea completamente nuova.

Il bracciale Oyster viene sostituito dal Jubilé. E già da sola questa notizia sarebbe eccezionale. Il bracciale della ormai vecchia generazione viene conservato infatti solo per le versioni in metalli preziosi, ma il classico modello in acciaio avrà da ora un look completamente diverso.

A questa già succosa curiosità si possono aggiungere altre informazioni che interesseranno i tanti fan di Rolex.

Nella collezione GMT-Master II non sarà più presente la versione con ghiera completamente nera, mentre viene confermato il prestigioso movimento calibro 3285 con i suoi 10 brevetti. La spirale Parachrom blu e lo scappamento Chronergy ne esaltano le prestazioni.

Cresce lo Yacht-Master

Anche nella collezione dedicata alla nautica Rolex ha voluto dare i segni della propria attenzione ai più recenti trend.

Finora la linea aveva rispettato i canoni che la costringevano entro i 40 mm. di diametro.

Per la prima volta la misura cresce di 2 mm. e di conseguenza cambia il movimento che lo equipaggia.

Il nuovissimo Rolex Yacht-Master 42 sarà dotato del calibro 3235, che prevede lo scappamento Chronergy.

Il bracciale è costituito da lamelle flessibili costituite da una lega di titanio e nichel, ricoperto interamente da un polimero elastico nero che si chiude in un fermaglio Oysterlock provvisto del sistema Glidelock per unas confortevole e veloce regolazione.

Per la prima volta esisterà una versione di Yacht-Master in oro bianco.

Sea Dweller diviene “prezioso”

Alla sua preziosità tecnica, Sea Dweller aggiunge quella venale. Assistiamo nel 2019 al primo ingresso di un metallo prezioso nella linea.

Si tratta delle versioni arricchite col noto Rolesor giallo che prevede una splendida commistione tra l’acciaio Oystersteel e l’oro giallo.

Confermatissimo il calibro 3235 dopo la sua prima apparizione nella collezione professionale della casa coronata avvenuta nel 2017.

Rimescolamenti nel Day-Date

Il sottotitolo qui sopra non tragga in inganno. Non temano i numerosissimi ammiratori del Day-Date: la collezione non viene stravolta.

Indubbiamente, però, alcuni cambiamenti non sono certo da poco.

Ne è esempio infatti la cancellazione dal catalogo della versione in platino nella declinazione in 36 mm. Questo prezioso materiale sarà da ora in poi presente solo nei modelli da 40 mm.

Numerosissime sono le varianti cromatiche introdotte, che investono l’ambito dei materiali, con declinazioni in oro bianco o giallo, ma anche i quadranti.

La novità tecnica riguarda invece l’adozione del calibro 3255 con la spirale Parachrom blu e lo scappamento Chronergy

L’orologio che contribuì a rompere gli schemi.

Quando nacque, negli anni ’80, Hip-Hop seguiva l’onda prorompente dello Swatch, l’orologio che rompendo i vecchi schemi riuscì nell’impresa di salvare l’industria svizzera dall’attacco giapponese.

La forte onda d’urto provocata dagli orologi elettronici LED e soprattutto LCD, fu terribile. Ancora oggi in territorio elvetico ringraziano Nicholas Hayek, che creando Swatch riuscì a mitigare i danni.

L’idea di un orologio che non potesse essere riparato, lasciò comunque una fetta di mercato, seppur momentaneamente, scoperta. Specialmente in Italia, paese romantico e attaccato alle tradizioni, che poi per contrappasso divenne patria dei più grandi collezionisti di orologi plasticosi.

In questa piega di mercato si inserì Hip-Hop (nato da una costola di Breil), che ebbe anche la capacità di interpretare la voglia di rinnovamento estetico, latente tra gli appassionati.

Era un orologio che aggiungeva anche il coinvolgimento dell’olfatto, parametro certamente nuovo e rivoluzionario nel settore.

Ogni Hip-Hop era di un colore diverso e profumato con essenze differenti che ne caratterizzavano la scelta cromatica.

I bracciali intercambiabili, poi, aprirono un mondo di fantasia, consentendo di creare abbinamenti tra il colore delle lancette e quello predominante. Anche questo fatto assolutamente nuovo che aprì orizzonti.

Oggi Hip-Hop offre una gamma di orologi e bracciali che possono soddisfare ogni esigenza.

La forma è restata fedele al prototipo, ma può essere reperito in dimensioni diverse. Ma soprattutto si è scatenata la fantasia per quanto riguarda l’aspetto cromatico.

Ogni Hip-Hop, ormai, è un vero inno alla gioia e presenta soluzioni estetiche che invitano al collezionismo.

Restando anche fedele alla filosofia di un prodotto altamente accessibile.

Possiamo sfogliare un ampio catalogo cliccando sul seguente link: https://www.gioielleriacannoletta.it/categoria-prodotto/hip-hop/

Quando complicato è bello!

L’Orologeria è forse la sola disciplina che si bea delle proprie complicazioni.

È vero si tratta di un’accezione diversa del termine tradizionale, perché indica un problema già risolto.

Patek Philippe, avendo esaurito nel proprio catalogo ogni sorta di sfida, ha pensato di crearne una nuova, ed ha iniziato dall’interpretazione in chiave moderna del calendario.

Tra i manager e comunque tra i professionisti in ogni settore è gioco forza programmare il proprio calendario armonizzando i vari impegni.

Si è pensato dunque di stabilire un riferimento preciso alle settimane, nominandole con il numero progressivo che portano in relazione all’inizio dell’anno.

Locuzioni come “fissiamo l’appuntamento per giovedì della settimana 23” è sempre più ricorrente e stabilisce termini di certezza.

Ecco quale è stata la spinta che ha indotto alla creazione del calibro 26-330 S C J SE.

Si tratta di un orologio che sotto l’aspetto tecnico ha quasi del rivoluzionario, perché concentra in un solo quadrante le indicazioni che racchiudono i riferimenti giornalieri, settimanali, mensili e annuali.

La data è rappresentata dalla tradizionale finestrella posta a ore “3”. Le indicazioni del giorno della settimana e del numero della settimana corrente sono invece date da due lancette che ruotano a 360° ma con ritmi diversi: una settimanalmente e l’altra il cui percorso dura un intero anno.

Ma lo sviluppare questa funzione non è stato facile. Anche perché Patek ha voluto abbinare la funzione di indicazione del mese senza dimenticare il 365° giorno, che rientra inevitabilmente, quanto meno lui, nella 53.a settimana.

Insomma un turbinio di dati che si incrociano, ma che si presentano agli occhi dell’utilizzatore in un quadrante sobrio, elegante e pulito. Il tutto come se fosse la cosa più banale del mondo.

Il prezioso segnatempo è stato collocato nella linea Calatrava, e si chiama semplicemente “Settimanale”. A testimonianza del fatto che la classe equivale a rendere semplici le cose per altri impossibili.

Nel quadrante cifre e numero rappresentano una grafia manoscritta. Ed ha inoltre un fondo argenté con indici in oro brunito applicati.

Il movimento è a carica automatica e viene alloggiato in una cassa in acciaio del diametro di mm. 40. Lo spessore è contenuto in soli mm. 10,79 che comprendono i due vetri zaffiri, uno dei quali lascia aperta la vista allo splendido meccanismo.

Il modello descritto porta la referenza 5212A ed è a catalogo al prezzo di €. 30.860,00.

Volendo può essere abbinato ai gemelli Patek in oro bianco.

Quando parla la tradizione

Nel 2010, in occasione del suo 150° anniversario, Tag-Heuer decise di celebrare questo importante anniversario con l’uscita di un cronografo iconico.

Si tratta del prestigioso HL810, prodotto in serie limitata, che rievoca i grandi cronografi del passato glorioso del marchio.

Tag-Heuer si è imposta quale massimo esponente dell’orologeria sportiva e nel cronometraggio ad altissimi livelli. Basti solo pensare che nonstante Rolex abbia acquisito il diritto di essere sponsor ufficiale del Campionbato del Mondo di Formula 1, il GP di Montecarlo ha voluto mantenere la collaborazione con Tag-Heuer.

Il crono in questione è notevole non solo per l’aspetto estetico e per la sua vocazione vintage, ma soprattutto per la caratteristica suggestiva del rattrapante.

Quella della segnalazione del tempo intermedio attraverso la lancetta sdoppiante è una delle complications più amate e ambite dell’intero panorama tecnico orologiero.

In questo Tag-Heuer HL810 troviamo quindi la massima espressione tecnica, accompagnata dalla più fulgida tradizione.

Un pezzo che rappresenta per ogni appassionato un punto di riferimento.

Il movimento conta 9 rubini e si presenta equilibrato nell’immagine grazie alla simmetria dei due pulsanti.

È un crono ad alta precisione e lo si evince anche dal range di cronometraggio racchiuso nei 30 minuti, con un’accuratezza a 1/5 di secondo che come sappiamo per un crono manuale è altissima.

A conferma della vocazione iconica di questo crono, si può aggiungere che ha partecipato all’esclusiva “Odissea dei Pionieri” insieme alla casa automobilistica Tesla Motors.

A distanza di quasi 10 anni dalla produzione Tag-Heuer HL810 è difficile da reperire, ma un’attenta ricerca in rete può riservare qualche sorpresa piacevolissima per i collezionisti.

L’ideale sarebbe trovarlo nuovo presso qualche concessionario che abbia voluto conservarlo. E l’impresa non è impossibile.

La femminilità interpretata dalla maison di Saint Imier.

La Collezione Prima Luna di Longines è stata creata per colmare un vuoto enorme nel catalogo del brand. Non esisteva ormai da tempo, infatti un Longines da donna, elegante, di forma tonda.

I predecessori di Prima Luna erano infatti le versioni femminili di Dolce Vita e di Evidenza, rispettivamente rettangolare e tonneau,

Con questa linea Longines si è riappropriata di un’identità che rischiava di venire sorpassata dai tempi.

Il modello che mettiamo oggi sotto i nostri riflettori è la referenza L8.112.5.83.6, che racchiude i canoni di una classe espressa attraverso un abbinamento di colori e di materiali che esalta la pulizia della forma e la rende incisiva.

Oro, acciaio e madreperla si contendono il predominio estetico senza prevalere. Ne risulta quindi un’immagine sobria e equilibrata come il carattere della donna del terzo millennio. Aggiungendo quel briciolo di grinta necessaria per una simbiosi pressoché totale.

Il movimento è un prestigioso calibro svizzero a quarzo costruito in house in ambito di proprietà del gruppo, e dispone del particolare sistema E.O.L. che ne garantisce il controllo della carica di batteria.

L’interno delle maglie e la lunetta sono in oro rosa a 18 kt. mentre il quadrante è in vera madreperla bianca a cui sono stati applicati gli indici in rilievo.

Anche sotto l’aspetto pratico Longines Prima Luna L8.112.5.83.6 risponde a canoni di concretezza, essendo stato testato per resistere ad una pressione di 3 atmosfere. Questa caratteristica lo rende quindi impermeabile per un corretto e sereno uso quotidiano.

La chiusura è del tipo deployante a scomparsa, mentre il vetro è un robusto zaffiro resistente ai graffi e trattato per vincere i riflessi di luce indesiderati. La trasparenza è quasi totale.

Una sorpresa anche il prezzo, reso ancora più invitante da un’offerta speciale che potrete trovare cliccando QUI.

La propulsione di carica negli orologi meccanici.

Uno dei problemi che ha maggiormente interessato gli orologiai attraverso i secoli è sempre stato quello della carica.

Fu anche uno tra i motivi che hanno rallentato, e non poco, l’evoluzione della miniaturizzazione e quindi il passaggio all’orologio portatile.

Nei grandi orologi da torre o quelli a pendolo la soluzione è stata quella dei pesi. Ma un orologio concepito in questo modo era impossibile da portarsi appresso.

La situazione si sbloccò nel corso del ‘700, secolo d’oro per l’Orologeria. L’avvento della molla metallica inserita in un contenitore chiamato bariletto, dalla originaria forma a barile, fu determinante.

Con la possibilità di trasportare l’orologio nacque in seguito la necessità di una maggiore riserva di carica. Fu così che si passò ai primi orologi a carica settimanale (primi tra tutti vanno citati gli 8 giorni Hebdomas). In questo caso dal punto di vista tecnico la difficoltà fu quella di disporre in modo diverso il ruotismo per far spazio ad una molla molto più lunga.

La soluzione definitiva che prevede il caricamento autonomo arrivò solo nel XX secolo grazie a Harwood.

Scendiamo però ora nel dettaglio di come funziona il sistema di carica in un orologio meccanico.

Attraverso la corona e il relativo albero (di carica), imprimiamo un movimento rotatorio che consente all’albero di ingranare un sistema basculante. Una ruota, che ha la funzione di trasmissione che si trova in posizione perpendicolare al piano del movimento, va ad agganciare una ruota posta sul piano superiore del ponte del bariletto. Il movimento rotatorio impresso dall’albero si trasferisce poi ad una ruota adiacente che presenta un foro quadrato nel quale alloggia la parte superiore di un perno che penetra nel bariletto. La funzione di questo asse è determinante e particolare è anche la sua forma. Abbiamo visto che la parte superiore è quadrata per ricevere la forza dinamica derivante dall’albero di carica. La parte inferiore è invece tonda per alloggiarsi e ruotare nel foro praticato sulla platina.

Il perno del bariletto ha sul corpo nella parte mediana un gancio in rilievo che serve per agganciare la molla. Quest’ultima viene caricata proprio grazie alla funzione rotatoria del perno del bariletto. E resta in tensione perché sulla parte superiore del ponte del bariletto stesso è previsto un cricco di ritenzione che funziona in una sola direzione.

Una volta che la molla è armata dentro al bariletto, e bloccata dal sistema a ritenzione del cricco, la sua forza si trasferisce necessariamente al ruotismo.

L’automatico

Il principio di base dell’automatico parte dagli stessi identici principi. Ma come fare affinché la carica avvenga in modo autonomo?

Come abbiamo visto nel sistema manuale è l’uomo che provvede, con cadenza di 24/36 ore a fornire la carica. Ne deriva che ci sarà un momento in cui l’orologio sarà a piena carica, ed un altro in cui sarà quasi completamente scarico.

Nell’automatico, invece, il livello di carica, teoricamente e per un individuo che compie un’attività fisica nella media, sarà sempre costantemente carico. In questo caso la propulsione viene impressa da una massa rotante. Si tratta di un componente a forma di semicerchio, fissato al centro e con un perno attorno al quale può ruotare. La massa rotante, detta anche rotore o meglio ancora massa oscillante, è costuita in modo particolare. Prima di tutto viene scelto un materiale il più possibile leggero,, ma compatto e soprattutto poco sensibile alla dilatazione in caso di cambiamento di temperatura. La parte esterna del semicerchio viene opportunamente appesantita, in modo da rendere la massa estremamente instabile. Oscillando, questo componente va ad ingranare un meccanismo che trasferisce la forza dinamica al famoso treno di due ruote sul quale agisce il cricco. Negli orologi automatici, inoltre, la molla è “senza fine” ovvero agganciata soltanto al perno del bariletto e non alla parete del bariletto stesso. E ciò per impedire problemi di estrema tensione o di sovraccarica.

C’è da aggiungere ancora un particolare tecnico. Molti automatici dispongono di carica bidirezionale e altri di carica monodirezionale. Significa che i primi lasciano la massa caricare in entrambi i sensi, mentre i secondi la permettono in un senso solo a mezzo di una frizione.

Entrambi i sistemi hanno ragione di esistere. Il sistema bidirezionale è quello comunemente adottato soprattutto in questo periodo in cui l’attività fisica della maggior parte delle persone è carente. Per caricare in entrambi i sensi sono stati predisposti due componenti a frizione chiamati invertitori. Ne deriva però che gli appassionati più attenti e tecnici sceglieranno un movimento bidirezionale o monodirezionale a seconda del movimento che sanno di poter esercitare.

 

Tecnica - Quando Longines inserì due quarziLa soluzione del VHP sfruttò le leggi della Fisica.

Il quarzo. Un materiale che in Orologeria è amato e odiato. Inviso ai puristi della Meccanica, viene invece esaltato dagli “innovazionisti”.

Di certo c’è da dire che l’elettronica ha consentito un notevole passo in avanti nella misurazione del Tempo. Senza l’orologio atomico non avremmo la certezza dell’ora ufficiale, o perlomeno dovremmo accontentarci dell’approssimazione.

Ci fu un periodo, che sotto certi aspetti dura ancora oggi, che anche le maison più rinomate hanno profuso sforzi e ricerche sull’applicazione del quarzo i Orologeria.

Circola abbastanza spesso tra gli addetti ai lavori l’adagio di cui si vanta Blancpain: “Non c’è mai stato un Blancpain al quarzo. E non ci sarà mai”.

Nel corso degli anni ’80 Longines si gettò a capofitto su una soluzione di assoluta avanguardia. I tempi erano quelli dei più violenti attacchi da parte dell’Orologeria giapponese, e il periodo corrispondeva all’offensiva massiccia di LED e LCD provenienti da Hong-Kong. Assalti che fecero vacillare l’economia svizzera.

La precisione dell’orologio al quarzo mise tutto in discussione. Non si ragionò più di differenze di marcia oraria di qualche secondo, ma si iniziò a pretendere la precisione al di sotto del singolo secondo giornaliero.

A quel tempo, frequentando i più accreditati corsi di Orologeria, sia in Svizzera che in Giappone, ricordo che il consiglio era quello di regolare il trimmer di aggiustamento sulla frequenza del quarzo, in modo che l’orologio avanzasse di circa 25 centesimi di secondo al giorno.

Perché? Nella risposta sta il “tallone d’Achille del quarzo. Tutti sappiamo della sua proprietà piezo-elettrica. Se applichiamo una tensione elettrica ad una barretta di quarzo, questa inizia ad oscillare in modo costante. E la frequenza di oscillazione dipende dalle dimensioni della barretta stessa e dalla differenza di potenziale (“voltaggio”) applicata.

Il problema risiede nella Fisica.

Ma tutti questi calcoli sono prevedibili solo ed esclusivamente se anche la temperatura resta costante.

In laboratorio è sotto certi aspetti tutto molto semplice se si termostata l’ambiente. Ma nella vita di tutti i giorni la temperatura cambia per motivi naturali. Senza contare gli eventi eccezionali, oppure quando ad esempio infiliamo le mani nel frigorifero.

Regolando il trimmer in modo da avere un + 25 centesimi al giorno di aumento, si calcolò empiricamente che la marcia avrebbe dovuto risultare “grossomodo” coerente.

Ecco quindi che Longines, o meglio ETA, o meglio ancora la divisione ESA di quest’ultima, studio quello che poi si sarebbe chiamato VHP, acronimo di Very High Precision.

Si pensò di sfruttare la capacità del quarzo di reagire alle variazioni di temperatura. Nel momento in cui un secondo quarzo avvertiva una variazione di oscillazione, inseriva automaticamente un circuito correttore che andava a regolare il quarzo campione di frequenza.

In realtà il sistema VHP non ebbe il successo sperato, ma bisogna ammettere che funzionava egregiamente.

Restano sul mercato secondario ancora alcuni di questi Longines, e per un appassionato collezionista averne uno in bacheca potrebbe essere anche simpatico.

Attualmente la maison ha rinverdito il sistema creando una linea che riprende i gloriosi VHP del 1984.

Esistono alcuni primati su Kickstarter, la nota piattaforma di crowfounding internazionale, che parlano Italiano.
E’ il caso dell’Orologio Nereide GMT che il Team di Meccaniche Veneziane ha lanciato lo scorso 1°Settembre 2018 raggiungendo l’obbiettivo fissato in soli 30 secondi e raccogliendo oltre 300.000Euro in meno di 180 minuti frantumando ogni precedente record.
Ricordiamo che la campagna durerà ancora sino al 1°Ottobre.

Il Meccaniche Veneziane Nereide GMT visto da vicino

Il Meccaniche Veneziane Nereide GMT visto da vicino

Meccaniche Veneziane è un Start Up innovativa nata dalla collaborazione tra 2 giovani fratelli formati tra le Università di Venezia (la Cà Foscari)e quella di Melbourne.
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Un Orologio Kamawatch

Un Orologio Kamawatch

I Camaleonti sono una famiglia di rettili squamati appartenenti al sottordine dei Sauri.
Sono contraddistinti da numerosi elementi peculiari: la capacità di mutare colore, la lunga lingua retrattile e appiccicosa con cui catturano gli insetti, e i grandi occhi che possono ruotare l’uno indipendentemente dall’altro
Non è casuale che, dovendo parlare degli Orologi Kamawatch, si ricorra a Wikipedia per meglio comprendere la natura di questi unici e singolari rettili (alquanto innocui) capaci di mutare il proprio aspetto e colore per mimetizzarsi al meglio.

l'Orologio Kamawatch

l’Orologio Kamawatch

Sicuramente l’ispirazione per ‘battezzare’ una singolare collezione di Orologi è giunta da questo accostamento,
singolare e ben diverso il motivo che ha invece portato ed ispirato la nascita di questi segnatempo.
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