Carica manuale e carica automatica, come funzionano

La propulsione di carica negli orologi meccanici.

Uno dei problemi che ha maggiormente interessato gli orologiai attraverso i secoli è sempre stato quello della carica.

Fu anche uno tra i motivi che hanno rallentato, e non poco, l’evoluzione della miniaturizzazione e quindi il passaggio all’orologio portatile.

Nei grandi orologi da torre o quelli a pendolo la soluzione è stata quella dei pesi. Ma un orologio concepito in questo modo era impossibile da portarsi appresso.

La situazione si sbloccò nel corso del ‘700, secolo d’oro per l’Orologeria. L’avvento della molla metallica inserita in un contenitore chiamato bariletto, dalla originaria forma a barile, fu determinante.

Con la possibilità di trasportare l’orologio nacque in seguito la necessità di una maggiore riserva di carica. Fu così che si passò ai primi orologi a carica settimanale (primi tra tutti vanno citati gli 8 giorni Hebdomas). In questo caso dal punto di vista tecnico la difficoltà fu quella di disporre in modo diverso il ruotismo per far spazio ad una molla molto più lunga.

La soluzione definitiva che prevede il caricamento autonomo arrivò solo nel XX secolo grazie a Harwood.

Scendiamo però ora nel dettaglio di come funziona il sistema di carica in un orologio meccanico.

Attraverso la corona e il relativo albero (di carica), imprimiamo un movimento rotatorio che consente all’albero di ingranare un sistema basculante. Una ruota, che ha la funzione di trasmissione che si trova in posizione perpendicolare al piano del movimento, va ad agganciare una ruota posta sul piano superiore del ponte del bariletto. Il movimento rotatorio impresso dall’albero si trasferisce poi ad una ruota adiacente che presenta un foro quadrato nel quale alloggia la parte superiore di un perno che penetra nel bariletto. La funzione di questo asse è determinante e particolare è anche la sua forma. Abbiamo visto che la parte superiore è quadrata per ricevere la forza dinamica derivante dall’albero di carica. La parte inferiore è invece tonda per alloggiarsi e ruotare nel foro praticato sulla platina.

Il perno del bariletto ha sul corpo nella parte mediana un gancio in rilievo che serve per agganciare la molla. Quest’ultima viene caricata proprio grazie alla funzione rotatoria del perno del bariletto. E resta in tensione perché sulla parte superiore del ponte del bariletto stesso è previsto un cricco di ritenzione che funziona in una sola direzione.

Una volta che la molla è armata dentro al bariletto, e bloccata dal sistema a ritenzione del cricco, la sua forza si trasferisce necessariamente al ruotismo.

L’automatico

Il principio di base dell’automatico parte dagli stessi identici principi. Ma come fare affinché la carica avvenga in modo autonomo?

Come abbiamo visto nel sistema manuale è l’uomo che provvede, con cadenza di 24/36 ore a fornire la carica. Ne deriva che ci sarà un momento in cui l’orologio sarà a piena carica, ed un altro in cui sarà quasi completamente scarico.

Nell’automatico, invece, il livello di carica, teoricamente e per un individuo che compie un’attività fisica nella media, sarà sempre costantemente carico. In questo caso la propulsione viene impressa da una massa rotante. Si tratta di un componente a forma di semicerchio, fissato al centro e con un perno attorno al quale può ruotare. La massa rotante, detta anche rotore o meglio ancora massa oscillante, è costuita in modo particolare. Prima di tutto viene scelto un materiale il più possibile leggero,, ma compatto e soprattutto poco sensibile alla dilatazione in caso di cambiamento di temperatura. La parte esterna del semicerchio viene opportunamente appesantita, in modo da rendere la massa estremamente instabile. Oscillando, questo componente va ad ingranare un meccanismo che trasferisce la forza dinamica al famoso treno di due ruote sul quale agisce il cricco. Negli orologi automatici, inoltre, la molla è “senza fine” ovvero agganciata soltanto al perno del bariletto e non alla parete del bariletto stesso. E ciò per impedire problemi di estrema tensione o di sovraccarica.

C’è da aggiungere ancora un particolare tecnico. Molti automatici dispongono di carica bidirezionale e altri di carica monodirezionale. Significa che i primi lasciano la massa caricare in entrambi i sensi, mentre i secondi la permettono in un senso solo a mezzo di una frizione.

Entrambi i sistemi hanno ragione di esistere. Il sistema bidirezionale è quello comunemente adottato soprattutto in questo periodo in cui l’attività fisica della maggior parte delle persone è carente. Per caricare in entrambi i sensi sono stati predisposti due componenti a frizione chiamati invertitori. Ne deriva però che gli appassionati più attenti e tecnici sceglieranno un movimento bidirezionale o monodirezionale a seconda del movimento che sanno di poter esercitare.

 

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